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Non tutte le razze sono uguali, ma l'aggressività dei cani dipende dall'educazione

di Oscar Grazioli
Ancora un’aggressione con lesioni gravissime e, ancora una volta, implicato un rottweiler. Questa volta nella bergamasca. Ancora una volta scoppia la polemica feroce tra chi, come il Codacons, chiede le dimissioni del sottosegretario alla salute con delega alla veterinaria, Francesca Martini. “Ha fallito completamente l’obbiettivo di ridurre le aggressioni dei cani, con le conseguenze che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi”.
Lei si difende e soprattutto difende la sua scelta di avere eliminato quella che i media avevano chiamato “la black list”, introdotta da Sirchia, una lista di 17 razze di cani potenzialmente più pericolosi di altre quindi da tenere particolarmente sott’occhio. I veterinari sono spaccati: i comportamentalisti della Sisca chiedono una task force investigativa per ogni singolo caso al fine di capire la dinamica dell’incidente e negano, appoggiando la Martini, che esistano cani più pericolosi di altri.
Altri comportamentalisti, nonché il sottoscritto, ammettono invece che esistono razze di cani che, per antica attitudine, hanno una reattività molto più pronunciata di altre. Se poi questa si somma con la mole, il morso a presa (quello che non stacca i denti dal bersaglio) e un’educazione non adeguata, ecco che capitano gli incidenti, spesso mortali su bambini o anziani, e quasi sempre apparentemente inspiegabili perché succedono tra le mura di casa o nella casa dei vicini e con soggetti che, fino a quel momento, non avevano dato alcun segno di squilibrio.
Personalmente, dopo 30 anni e oltre di professione, sono convintissimo che, senza scrivere o parlare di “black list” o di “cani killer”, definizioni assolutamente fuorvianti, ci starebbe benissimo il fatto, come accade in molti paesi progrediti più del nostro, che invece di fare il corso con il patentino al proprietario del cane che ha gravemente lesionato un bimbo o un anziano, si facesse il corso con il patentino prima che questo capiti e per un certo numero di razze, notoriamente giudicate a maggior rischio di altre.
Tutto è possibile, ma chi si fiderà a far rientrare in famiglia, dopo corso e patentino, il pitbull che ha reciso la gola del bambino con cui giocava fino a ieri? Chi sarà quel veterinario che firmerà il patentino a garanzia che quel cane, rientrato in famiglia, non farà più niente di simile? Non vorrei essere nei suoi panni. Chissà perché un veterinario, con un minimo d’esperienza, quando ha sul tavolo da visita un setter inglese, un pointer, un terranova, un carlino, un bulldog, un bobtail si avvicina senza esitazioni, mentre se sul tavolo c’è un rottweiler, un amstaff, ma anche un chow chow, un pastore tedesco o belga, un airedale terrier o un dalmata, sta molto ben attento a captare qualunque segno di nervosismo e pretende spesso la museruola per poterlo visitare?
Non sarà vero quel che sostengo da anni, ovvero che se si sbaglia l’educazione di un setter inglese diventerà un cane viziato ma mai pericoloso, mentre se si sbaglia, anche di poco, con un rottweiler, questo diventa un’arma con il colpo in canna? E allora, tutte le razze sono davvero uguali?
 

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